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Costa dei Trabocchi

«Ragni colossali» li definì Gabriele d’Annunzio, la cui immaginazione diede un’anima a queste costruzioni: «... La macchina che pareva vivere d’armonia propria, avere un’aria e un’effigie di corpo d’anima...».

Simili a enormi ragni piantati nel mare, sono stati per secoli le case da pesca di contadini di terra poco avvezzi a navigare,  rivivono oggi anche come luoghi ospitali e accoglienti per i visitatori. 

I trabocchi sono macchine da pesca che punteggiano la costa adriatica abruzzese (44 km da Ortona a Vasto). Un groviglio di funi, legni e ferri; palafitte che ancora oggi svolgono la loro funzione primaria: pescare. E il sistema è molto semplice: una passerella di legno, un piano fatto di assi, l’argano e le antenne da cui calare la rete. Ma subito, a un primo sguardo, appare evidente che questo ragno ha una sua specialissima genetica, che tra le reti e i pali conficcati in mare c’è molto di più di quello che sembra. La storia del trabocco si perde nei tempi e quello che a noi oggi arriva è un racconto in bilico tra verità e leggenda ancora avvolto nel mistero. A partire dal nome, sulla cui origine si fanno numerose ipotesi: trabocco da trabocchetto o per i pali conficcati tra i buchi? La più verosimile è quella legata agli uomini che l’hanno costruito, contadini alla conquista del mare: l’argano ricorda il meccanismo del frantoio, il trabiccolo usato per la spremitura delle olive. 

 

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